| Mi hanno sempre colpito le dita di questo orologiaio spazientito.
Hanno sviluppato una meditata callosità nel punto esatto in cui
va a poggiare la penna. Una penna megafono ad un passo dal cedimento strutturale,
che questo espressionista tedesco, casualmente reincarnatosi in terra calabrese,
utilizza da quasi quarant¹anni per compilare un grande romanzo popolare.
Quello di Jannuzzi è uno stile pedagogico, altalenante
tra Murnau e la Wertmuller, tra Walter Molino e George Grosz,
attraversato da subitanei cambi di registro dal grottesco al lezioso, dall’eroico
al pratico. Anzi il suo curriculum artistico potrebbe sicuramente
risalire ai tempi e ai cieli dell¹alto medioevo: lo vedo abbarbicato
come un tarzan occhialuto a scalpellare maliziose gargouilles sulle cime
delle cattedrali gotiche, burlandosi dei chierici e degli sgherri dello
sceriffo. Jannuzzi è da sempre un implacabile agit prop che non si è mai tirato
indietro di fronte a qualsivoglia sfida espressiva. Il suo occhio panoramico
ha creato ingegnosi teatrini di carta, preziosi origami multidimensionali
per arredamento. E¹ stato addirittura capace di trasformare
una apparentemente innocua e anonima penna bic in uno straordinario medium
espressivo. La sua prolifica produzione artistica abbraccia il fumetto di
massa per bambini, quello semiclandestino per adulti; la ³riduzione² in vignette
di opere letterarie (³Madre Coraggio² o ³Le 11.000 verghe²); i murali
politici, la decorazione di ambienti, il collage. La sua critica allo
stato presente delle cose si avvale di una poetica della nostalgia fatta
di corpi, oggetti e scenari ancora commoventemente neorealisti, un¹estensione
atemporale di ³Rocco e i suoi fratelli². L¹iconografia jannuzziana è
un corto circuito tra un immaginario da socialismo reale e sontuose pin up che
profumano ancora di calendarietto da barbiere. Un¹arte fatta di fendenti rapidi
e irrevocabili, derivata da una mentalità da spadaccino. |