dicono di lui:
Erveda Sansi:
<<Io penso che scandalizzare sia
un diritto, essere scandalizzati un piacere,
e chi rifiuta il piacere di essere scandalizzato
è un moralista; il cosiddetto moralista>>;
questo pensiero di Pier Paolo Pasolini ben si
addice all'opera di Vincenzo Jannuzzi
(in arte Janù, o Jan, o Jann), la cui voce
stridente nell'industria culturale italiana, indirizza
l'attenzione non verso temi e motivi che incoraggiano
l'evasionee il disimpegno, ma si
distingue quale strumento di riflessione e d'indagine
sulla realtà.
Quasi dimenticato in un paese che pratica un'accurata
politica di silenzi ed esclusioni mirate,
l'autore-cantastorie dà seguito, in "Ma
l'aria di città", alle peripezie di "Ancillotto",
già apparse
nell'omonimo romanzo a fumetti per le Edizioni
Ottaviano nel 1978. Il protagonista, moderno
anti-eroe, da un villaggio del profondo sud emigra
a Milano, dove i sogni di un futuro più vivibile
s'intrecciano con quelli della generazione sovvertitrice
degli anni settanta; infrangendosi
contro una realtà in cui la realizzazione
individuale è soggiogata all'interessi di pochi.
La sequenza delle tavole, il cui ritmo narrativo
è incalzante, non lascia spazio alla noia e palesa i
paradossi della quotidianità. Sotto il profilo stilistico
il segno sapiente, che fa della cura dei dettagli un'arte, riesce
a coniugare in una felice sintesi la crudezza dell'essitenza,
senza abbellimenti e luoghi comuni, e un raffinato umorismo
che non priva il lettore del divertimento. Il taglio ironico
e autoironico rompe i veli dell'autocompiacimento, della mitizzazione,
degli aggiustamenti, per ripercorrere le contraddizioni dei
vissuti personali e i riverberi di una narrazione ricca di echi
autobiografici.
Il tratto, eseguito con una semplice biro, tecnicamente
raffinato e complesso, non ha solo la funzione di ricordare
e di rielaborare, ma rappresenta il potente strumento con il
quale l'autore combatte l'omologazione, funzionale alla brutalità
del potere.
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